Romani, cristiani e liberali

Userò questo post per proseguire un dialogo storico iniziato con l’amico Marco. Spero comunque che i temi che tratterò saranno comprensibili anche dagli altri, che non hanno seguito la parte iniziale del nostro dialogo.
Per evitare fraintendimenti, inizio specificando cosa NON sto sostenendo:
– non sto sostenendo di auspicare che gli Stati siano teocratici sul modello di quelli arabi;
– non sto sostenendo che tutte le azioni degli ecclesiastici nel corso della storia siano state buone;
Sostengo invece che:
– i torti giganteschi subiti dallo Stato della Chiesa nel periodo liberale e risorgimentale non hanno alcun paragone con quanto avvenuto nei primi secoli della nascita del potere temporale della chiesa
– questo potere temporale non era fondato o giustificato dalla donazione di Costantino, ma ne era indipendente

Cominciamo da come la Chiesa ha storicamente iniziato ad avere un ruolo sociale e politico. Marco confonde questo tema con la questione della religione di Stato nell’impero, mentre in realtà le due cose sono separate. Già ai tempi di Costantino (e non Teodosio, come dice Marco), l’impero diede poteri POLITICI e SOCIALI ai vescovi, e non solo relativamente ai cristiani. In particolare sotto Costantino i vescovi assistevano i bisognosi (tutti!) e gestivano tribunali per cause CIVILI. Per questo i vescovi avevano la funzione di defensores civitatum. Ad essere precisi, una serie di legami tra i ruoli della Chiesa e l’impero era già iniziata anche prima di Costantino, basti pensare che quando il legato d’Arabia aveva invitato presso di sé Origene qualche tempo prima del 215, aveva sollecitato il consenso tanto del prefetto d’Egito quanto del vescovo di Alessandria. Col passare degli anni, questi ruoli divennero sempre più importanti, ma occorre sottolineare che cio non avvenne per imposizioni o guerre, ma perché nel frattempo l’impero era crollato e la Chiesa si ritrovò a svolgere un ruolo decisivo non soltanto in campo religioso, ma anche culturale, sociale ed economico, proprio perché fu l’unica istituzione capace di mantenere viva una continuità di civiltà. E’ importante sottolineare che gli stessi civili auspicavano questo ruolo degli ecclesiastici, tributando loro un favore che durerà almeno fino al secolo scorso, perfino durante i secoli dell’inquisizione (che era richiesta dagli stessi civili), checché ne dica la propaganda non informata storicamente. A riprova, possiamo ricordare che quando Giuliano tentò di restaurare il paganesimo, abolendo i privilegi concessi alla Chiesa e ripristinando i culti pagani, il suo tentativo fallì proprio a causa della contrarietà DELLA POPOLAZIONE. Marco obietta che la popolazione era analfabeta, ma il punto rimane: la Chiesa acquisì poteri e beni non per imposizioni o guerra, ma perché i civili lo volevano (l’esatto opposto di quanto avvenne, come vedremo, durante il risorgimento, quando i soprusi contro la Chiesa erano fortemente AVVERSATI dalla popolazione). Di lì in avanti, gli episodi in cui la Chiesa dovette sopperire all’assenza del potere civile sono pressoché infiniti. Possiamo ricordare, ad esempio, l’intervento di papa Gregorio Magno che si assunse l’incarico di trattare con i longobardi guidati da Agilulfo, i quali stavano estendendo le loro conquiste verso l’italia meridionale sfruttando la debolezza dell’imperatore d’Oriente. Ebbene, Gregorio Magno pagò i tributi che essi avevano imposto e sfamò la popolazione con il grano dei possedimenti della chiesa romana. Nel frattempo, la Chiesa aveva accumulato una quantità di beni e terre molto rilevante, a causa dei lasciti e delle donazioni delle persone nel corso dei secoli (già Costantino aveva autorizzato i legami testamentari a favore della Chiesa). Così, a partire dalla prima metà del VIII secolo, con la cessione dei territori bizantini al pontefice da parte del re longobardo Liutprando, iniziarono a formarsi i domini territoriali della chiesa in Italia.

Come si vede, in tutta questa storia non si è mai trattato di guerre e soprusi ad opera dei cristiani, e neanche si è fatto alcun cenno alla cosiddetta “donazione di Costantino”, che gli anticlericali disinformati sono convinti essere la causa del potere temporale della Chiesa. In realtà, come abbiamo visto, la Chiesa acquistò sempre più potere e terreni per altri motivi. La donazione di Costantino è un falso di autore ignoto (secondo alcuni, un monaco bizantino rifugiato a Roma), che alcuni dotti medievali utilizzarono in seguito (senza sapere che fosse un falso) per dare un’ulteriore giustificazione dei possedimenti della Chiesa. Gli studiosi lo datano tra la seconda metà dell’VIII secolo e il pieno IX, quindi è evidente che tale documento è stato prodotto quando la Chiesa aveva ampi possedimenti e poteri già da secoli, e dunque il fatto che si tratti di un falso successivo è del tutto irrilevante. Ricordiamo infatti che già nel II secolo la Chiesa aveva iniziato a detenere legalmente la proprietà di luoghi di culto e di sepolltura, sfruttando la figura giuridica dei collegia, cioè associazioni previste dalla legislazione romana a scopo di culto o mutua assistenza tra persone di modesta condizione.

Veniamo ora al tema della “laicità dei romani”. Questa opinione è molto diffusa fra la gente, ma come vedremo è totalmente sbagliata. Marco ricorda (giustamente) che era consuetudine dei romani quella di inserire qualsiasi dio nel loro pantheon, ma sbaglia nel dedurre da questo atteggiamento una sorta di “mentalità tollerante-laica” romana che poi il cristianesimo avrebbe spazzato via con la sua intolleranza teocratica. In realtà, è vero l’esatto contrario. Come ricorda il filologo F. Paschoud, «la nozione di tolleranza e di intolleranza, e quella connessa di libertà di coscienza sono esclusivamente moderne» [1]. Esse presuppongono la distinzione tra Stato-Chiesa-confessioni religiose, tra l’uomo e il cittadino, l’acquisizione della sfera dei diritti: tutti concetti che all’epoca non erano ancora stati elaborati. Per questo Paschoud scrive che «la nozione di libertà di opinione è totalmente estranea al pensiero antico». In realtà, il politeismo pagano non era affatto laico, e anzi era strutturalmente religione di Stato (religio publica), culto pubblico officiato e mantenuto ad opera dello Stato, per la salute e grandezza dello Stato. E’ vero che, come ricorda Marco, il pantheon romano garantiva un velo di tolleranza, ma pur sempre nel quadro del politeismo. Esso doveva escludere da sé il monoteismo, il quale può entrare solo previa accettazione di essere UNA delle divinità, più o meno inferiore ad altre, nel concerto degli dèi. Il pluralismo religioso romano non può accettare che un dio straniero, per esempio quello di Israele, possa imporsi su tutti gli altri. E’ questo l’elemento che Giuliano l’Apostata contesta alla posizione ebraico-cristiana: «L’osservazione delle diversità delle nazioni secondo le loro particolarità etniche (èthe) e la loro cultura nazionale (nòmoi) costituiva l’argomento principale di Giuliano, con cui egli spiegava e giustificava la molteplicità delle divinità nazionali. Il suo rimprovero principale al cristianesimo e quasi l’unico rimprovero all’ebraismo riguarda il primo comandamento: Mosè avrebbe osato fare un unico dio di uno dei particolari dèi nazionali (merikoi theoi) che sono subordinati alla più alta divinità, e in ciò egli vede, per così dire, il peccato originale della religiosità» [2]. L’amico Marco si richiama a Giuliano l’Apostata, ma probabilmente ignora che proprio Giuliano è l’emblema opposto rispetto a quanto pensa lui, dal momento che la sua idea tipica era proprio che i singoli popoli sono guidati da dèi diversi, subordinati però da un unico dio la cui essenza, misteriosa, giustifica la pluralità delle vie per accedere a lui: a uno itinere non potest pervenire ad tam grande secretum. Una formula neoplatonica che, come si vede, è lontanissima dalla laicità, ma anzi collega fortissimamente religione e politica, oltretutto escludendo il monoteismo e l’Incarnazione. Come scrive il filosofo Massimo Borghesi, «per essere veramente ecumenico e tollerante il politeismo non dovrebbe infatti scartare la possibilità del monoteismo, del dio “ignoto”, non lo può fare però nella misura in cui pretende di essere religione di Stato». Ciò è evidente, per esempio, nella celebre Relatio pronunciata da Quinti Aurelio Simmaco nel 384, che la storica Marta Sordi commenta così: «Nel suo discorso abilissimo, che sembra improntato ad un moderno concetto di tolleranza, con l’insistenza sull’unanimità del senato e l’invito ad una concordia religiosa che nasce da una comune ignoranza del mistero, Simmaco afferma il dovere degli imperatori, anche cristiani, di non rinnegare i culti di Roma, da cui secondo l’antica concezione della pax deorum, dipendono i suoi trionfi; egli rivela così che nella realtà i pagani non volevano la tolleranza, ma il riconoscimento che l’unica religio pubblica era ancora quella tradizionale» [3]. In conclusione, la religione antica è essenzialmente religione politica, culto pubblico finalizzato al benessere e alla grandezza della polis e dell’imperium. La sua differenziazione dallo Stato coincide con la sua negazione, come recita il testo delle XII tavole: «Nessuno per proprio conto abbia dèi né nuovi né forestieri se non riconosciuti dallo Stato».

Veniamo ora alle persecuzioni ai danni dei cristiani. Al contrario di quanto afferma Marco, lo storico Alberto Torresani scrive che «la diffusione del cristianesimo non fu mai realmente, per Roma, un problema strettamente politico o sociale; fu piuttosto, per Roma come per tutta la civiltà antica, una grandiosa provocazione sul piano religioso». I primi malumori iniziarono a crearsi perché i cristiani praticavano un efficace proselitismo e disdegnavano di partecipare ai momenti centrali della vita di una città antica, come i giochi o gli spettacoli teatrali (eventi legati ai culti pagani o chiaramente immorali, come i combattimenti gladiatori). Per questo si guadagnarono l’epiteto di “saevi Solones” (maestosi sapientoni: graffito su un muro pompeiano). Inoltre, si diffusero voci su di loro, secondo le quali commettevano crimini immondi come l’infanticidio e l’incesto (distorcendo il significato del sacrificio eucaristico e dell’uso di chiamarsi “fratello” e “sorella”). Sappiamo che Nerone sfruttò questa atmosfera, e sappiamo che da quel momento iniziarono le persecuzioni poiché il cristianesimo veniva considerata una religio illicita. Fra le conseguenze più note di questo clima, possiamo ricordare il secondo arresto di Paolo e la sue esecuzione capitale, così come la condanna a morte di Pietro, Ignazio d’Antiochia e Policarpo di Smirne. Nell’inverno 110-111 o 112-113 fu inviato un rescritto di Traiano al governatore di Bitinio Plinio, che testimonia le persecuzioni ai cristiani e, in particolare, testimonia che per evitare la condanna a morte era richiesto loro di fare un semplice sacrificio agli dèi (a conferma che il problema era religioso, e cioè l’abbandono della religione tradizionale). Nel III secolo il movente religioso delle persecuzioni divenne ancora più manifesto, basti pensare al censimento religioso organizzato da Decio, che obbligava tutti i cittadini a recarsi di fronte ad apposite commissioni per libare agli dèi, sacrificare una vittima e assaggiarne le carni sul posto, dichiarando di aver sempre sacrificato agli dèi e coltivato la pietas; la commissione rilasciava allora un libello che comprovava l’avvenuta verifica; in caso di inadempienza si andava incontro alla morte. Questo provvedimento causò la morte di numerosi cristiani, soprattutto in Africa. Marco tenta di ridimensionare tutto questo obiettando che i cristiani non sono mai finiti nel Colosseo, e non so se sia vero, sebbene ricordi almeno il celebre caso di Quintus, testimoniato nel Martirio di Policarpo. Comunque, che i cristiani siano finiti nel Colosseo oppure no, ciò non toglie minimamente che le persecuzioni ci furono davvero e furono violente. Nel 257 un editto imperiale dispose la confisca delle proprietà della Chiesa, impose il confino dei vescovi, dei sacerdoti e dei diaconi, vietò sotto pena di morte ogni riunione di cristiani. L’anno dopo, Valeriano, con un nuovo editto, decretò la condanna a morte dei membri del clero precedentemente confinati, nonché dei maggiorenti cristiani. Tra il 303 e il 304 quattro editti si susseguirono imponendo la distruzione delle Chiese e delle Scritture sacre dei cristiani, disponendo la degradazione sociale dei cristiani di classe elevata e l’obbligo di offire sacrifici agli dèi romani. Come si vede, tutto questo conferma che di “tollerante e laica” la religio romana aveva ben poco, e non ha esitato a perseguitare i sovvertitori della religione tradizionale che avrebbero minacciato la pax deorum.

Veniamo ora all’ultimo punto della nostra conversazione, quello da cui tutto era partito. Il nostro dialogo era partito dall’insinuazione di Marco che quanto fosse avvenuto per opera dello Stato Italiano contro lo Stato della Chiesa fosse il corrispettivo di quanto era avvenuto quasi 2 millenni prima, in epoca romana. Finora abbiamo verificato come sono andate le cose in epoca romana, dunque ora ci resta da vedere come sono andate le cose durante il risorgimento e qualche decennio prima. Elenco qui sotto un brevissimo riassunto dei soprusi effettuati dai “liberali” italiani contro la Chiesa, con l’aperta opposizione della popolazione italiana che era a favore della Chiesa e che insorse più volte nelle (purtroppo sconosciute) Insorgenze contro questi soprusi:

– 1848: il parlamento Piemontese espelle la Compagnia di Gesù dal Regno e ne incamera forzosamente i beni; scioglie altri ordini religiosi definiti “gesuisanti”; espelle le Dame del Sacro Cuore; perseguitano gli Oblati di San Carlo, gli Oblati di Maria e i liguoristi.
– 1848: mons Galvagno, vescovo di Nizza, viene minacciato fisicamente per aver negato i sacramenti ad una persona impenitente; poi il Parlamento fa processare illegalmente mons Artico, vescovo di Asti, per immoralità
– 1850: mons Luigi Fransoni, arcivescovo di Torino, viene condannato per essersi opposto all’approvazione della legge Siccardi, a un mese di carcere e a 1000 lire di multa
– 1852: il magistrato Iganzio Costa scrive un opuscolo in difesa del matrimonio e viene immedidiatamente condannato a 2 mesi di reclusione, 2000 lire di multa e sequestro del libro. Nel frattempo, il “liberale” governo piemontese processa per delitto d’opinione alcuni parroci e sequestra due giornali cattolici, “L’Armonia” e “La campana”, mentre il conte di Camburzano viene destituito dalla carica di Gentiluomo di Corte e subisce un processo penale solo per aver criticato tali progetti
– 1854: i beni del Seminario di Torino vengono confiscati
– 1855: Cavour scioglie forzosamente i seguenti ordini religiosi: maschili: agostiniani calzati e scalzi, certosini, benedettini cassinesi, cistercensi, olivetani, minimi, minori, conventuali, osservanti, riformati, cappuccini, oblati di Santa Maria, passionisti, domenicani mercedari, servi di Maria, padri dell’Oratorio, filippini; femminili: clarisse, benedettine cassinesi, canonichesse lateranensi, cappuccine, carmelitane calzate e scalze, cistercensi, crocifisse benedettine, domenicane, terziarie domenicane, francescane, celestine e turchine, battistine. Tutti i loro beni furono forzosamente incamerati.
– 1857: l’elezione di 22 deputati cattolici fu invalidata
– 1859: viene istituito il reato di “prete non cantante”, col quale vengono arrestati duecento vescovi solo nel Meridione e ben otto cardinali
– 1865: Viene impedito ai vescovi di pubblicare la Quanta Cura, e mons Ghilardi viene condannati a tre mesi e mezzo di carcere per aver contravvenuto
– 1866: il Parlamento italiano sopprime forzosamente gli Ordini, le corporazioni e le congregazioni religiose regolari e secolari; si soppressero 250000 enti e vennero colpiti 1793 tra conventi, monasteri e case religiose maschili e femminili con 22213 membri buttati fuori con la forza da un giorno all’altro, devolvendone i beni al pubblico demanio per poi metterli all’asta
– 1867: fu decretata la liquidazione dell’asse ecclesiastico, con cui venivano sciolti abbazzie, priorati, collegiate, cappellanie, prelature, e i loro beni incamerati
– 1870: invasione dello Stato Pontificio. Non un solo romano esultò con gli invasori
– 1872: Vittorio Emanuele II fima la legge per espellere tutti i religiosi e le religiose dai loro conventi; vengono confiscate 476 case e disperse 12669 persone
– 1873: i seminari sono sottoposti a controllo governativo
– 1889: la riforma del Codice Penale Zanardelli obbliga i ministri di culto «a non parlare del potere temporale del Papa»
– 1897: le Circolari Di Rudinì sopprimono tutte le associazioni cattoliche e vietano tutte le adunanze di carattere politico che avevano luogo nelle chiesa

Chiaramente potrei andare avanti per ore, ma già questi fatti mi sembrano più che sufficienti per vedere che non c’è alcun paragone possibile tra la situazione romana e quella risorgimentale.

[1] F. PASCHOUD, L’intolleranza cristiana vista e giudicata dai pagani, tr. it. in: AA.VV., L’intolleranza cristiana nei confronti dei pagani, a cura di P. F. Beatrice, EDB, Bologna 1993, p.157
[2] C. GNILKA, La conversione della cultura antica vista dai padri della chiesa, tr. it. in AA.VV., L’intolleranza cristiana nei confornti dei pagani, a cura di P. F. Beatrice, EDB, Bologna 1993, p.130
[3] M. SORDI, L’impero romano-cristiano al tempo di Ambrogio, Medusa, Milano 2000, p. 49

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